Ogni volta che preparo un viaggio, prima o poi arriva sempre la stessa domanda.
“Quali sono i posti che non posso perdermi?”
E ogni volta faccio un po’ fatica a rispondere. Non perché quei luoghi non esistano, ma perché raramente sono quelli che porto davvero con me una volta tornata a casa. Negli anni ho capito che non scelgo una destinazione solo per quello che c’è da vedere. La scelgo per quello che immagino di poter vivere. Mi piace pensare a come sarà svegliarmi lì, fare colazione nello stesso piccolo bar per più mattine, camminare senza una meta precisa, osservare le persone che abitano quel luogo ogni giorno. Mi piace immaginare, anche solo per qualche giorno, come sarebbe vivere lì.
È una cosa che mi succede ovunque. Succede quando guardo il mare dell’Egeo nelle prime ore del mattino, quando le spiagge sono ancora silenziose. Succede tra le stradine di Minorca, quando il sole inizia a scendere e tutto sembra rallentare. Succede a Istanbul, seduta con un tè davanti al Bosforo, osservando la città muoversi senza avere nessuna fretta di seguirla. Succede in Giappone, dove basta entrare in una piccola caffetteria per sentirsi parte di una quotidianità completamente diversa dalla propria. E succede anche qui, sul Lago di Garda, nei giorni in cui mi fermo ad aspettare il tramonto senza un motivo particolare.
Alla fine, quello che porto a casa non è quasi mai una lista di monumenti. Sono dettagli.
La luce che entra da una finestra.
Il profumo del pane appena sfornato.
Una strada percorsa più volte senza sapere bene perché.
Il suono delle onde entrando in porto.
Le sedie fuori da una porta.
Le buganvillee che si arrampicano sui muri.
Una libreria scoperta per caso.
Piccole cose che, sommate insieme, diventano il ricordo più forte di un viaggio.
Forse è anche per questo che non riesco mai a raccontare un luogo partendo solo dalle attrazioni principali. Quando torno da un viaggio, le prime foto che riguardo non sono quasi mai quelle più iconiche. Sono quelle dei dettagli. Quelle che probabilmente nessuno avrebbe pensato di fotografare. Perché sono proprio loro a riportarmi lì.
Anche quando scrivo una guida o condivido un itinerario, parto sempre dallo stesso punto. Non mi chiedo soltanto cosa valga la pena vedere. Mi chiedo cosa mi ha fatto sentire quel luogo.
Quali sono gli indirizzi in cui tornerei.
Quali momenti consiglierei a un’amica.
Quali angoli mi hanno fatto rallentare.
Credo che un luogo inizi davvero ad appartenerci quando smettiamo di voler vedere tutto. E iniziamo semplicemente a viverlo.
Con i suoi tempi.
Con i suoi silenzi.
Con la sua quotidianità.
Forse è questo il modo in cui amo viaggiare.
E, in fondo, è anche il modo in cui amo raccontare i luoghi.
Grazie per aver letto questo articolo
Ciao, sono Valeria, la custode del Civico: ti accolgo sul Lago di Garda e nel mio shop online.